Perchè devi preparare il tuo portafoglio obbligazionario all’arrivo dell’inflazione energetica

In questi giorni a Glasgow, nel Regno Unito, si sta svolgendo la COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Da circa 30 anni l’ONU riunisce quasi tutti i Paesi in conferenze globali sul clima – chiamate COP – ovvero – Conferenza delle Parti.

La COP26 è forse l’ultima opportunità che governi, imprese e cittadini hanno per intervenire ed evitare disastri ambientali e sociali.

Gli obiettivi sono ambiziosi e vedono paesi impegnati ad eliminare il carbone dalla loro produzione di energia e a garantire una transizione verso le energie rinnovabili.

Un fatto è certo: l’uomo ha sempre avuto bisogno di energia per migliorare le proprie condizioni di vita.

Fino alla metà del 1700 ha utilizzato la forza degli animali per produrre e spostarsi e il fuoco per scaldare e lavorare.

Poi il carbone lo ha accompagnato verso la rivoluzione industriale e verso la nascita del primo pozzo petrolifero (nel 1859).

Per decenni il petrolio è stato il protagonista dell’economia mondiale. 

Poi, nel 1973 accade un fatto che interrompe il ciclo di sviluppo che aveva caratterizzato l’occidente.

Egitto e Siria entrano in guerra contro Israele. 

I paesi arabi produttori di petrolio, riuniti sotto il cartello dell’OPEC, decidono di sostenere la causa di Egitto e Siria contro il mondo occidentale, rappresentato da Israele.

Iniziano a ridurre la produzione di petrolio facendone, così, aumentare i prezzi.

A tal proposito, qualcuno si ricorderà del periodo dell’austerity e del risparmio energetico, che in Italia vide l’introduzione di numerosi divieti:

  • il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati;
  • l’interruzione delle trasmissioni in tv alle 22.45 e l’anticipazione del telegiornale alle 20 (orario mantenuto tuttora);
  • lo stop alle insegne luminose di grandi dimensioni;
  • la chiusura di bar e ristoranti alla mezzanotte. 

 

Insomma, questa fu la prima vera crisi energetica del mondo occidentale.

La crisi e l’importanza del petrolio come unica fonte di energia contribuirono ad aumentare la consapevolezza sui temi legati all’inquinamento e all’ambiente.

Proprio in quegli anni si inizia a parlare di risparmio energetico e di standard di efficienza energetici, cioè di “quanta energia devo consumare per utilizzare un prodotto”.

Sono anche gli anni in cui si guarda a come produrre energia alternativa e pulita. Nascono i primi pannelli solari, le prime celle fotovoltaiche, che daranno poi la spinta alle energie rinnovabili.

Le fonti rinnovabili come il sole, l’acqua e il vento hanno due caratteristiche fondamentali che le distinguono dalle fonti fossili: non si esauriscono, cioè si rinnovano, e non producono anidride carbonica (CO2).

Le emissioni di CO2 rappresentano un’altra criticità per le fonti fossili. 

Forse il problema ti è noto come “effetto serra”.

In sintesi, l’anidride carbonica presente nell’atmosfera ha una funzione vitale, perché trattiene il calore dei raggi solari. Se così non fosse, le temperature della terra non consentirebbero la vita.

Allo stesso tempo un’eccessiva produzione di CO2, per effetto dei combustibili fossili, crea un aumento della temperatura terrestre che porta a conseguenze disastrose.

Oggi, lo scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa di intere aree abitate, uragani e siccità spaventano più che la scarsità di energia degli anni ‘70. 

Alla luce di questa emergenza, l’umanità si interroga con conferenze e interviene con regolamenti e organi di controllo per monitorare i cambiamenti climatici.

Non ti voglio annoiare con i regolamenti e direttive che si sono susseguite negli anni, ma devi sapere che nel 2015 c’è stato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, adottato alla conferenza di Parigi sul clima (COP21).

La COP26 arriva 5 anni dopo la COP21 e, oggi, l’obiettivo è trasformare questi impegni in azioni, riducendo le emissioni di CO2.

Ma il mondo non è perfetto.

Nonostante tutte le buone intenzioni, pare che nessuna delle principali economie sia sulla buona strada.

Infatti, non solo dopo il calo registrato durante i lockdown dell’anno scorso le emissioni globali sono aumentate, ma il realismo ci dice che dipendiamo ancora dalle fonti fossili.

L’80% dell’energia prodotta utilizza fonti fossili.

Inoltre, la data comune per azzerare le emissioni globali – idealmente fissata nel 2050 – non verrà rispettata – anche volendo – perché ogni paese è strutturato in modo diverso. L’India ha già spostato il problema al 2070.

Detto ciò, l’aspetto che interessa noi investitori è quello finanziario.

Il denaro è il motore dello sviluppo – anche di quello sostenibile – per cui, la transizione dall’energia fossile alle fonti rinnovabili deve essere sostenibile anche per gli investitori, altrimenti non ci sarà transizione.

In questo ambizioso progetto è chiamata in causa tutta la finanza. 

Alla Finanza pubblica è stato chiesto di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti per il clima a favore dei paesi in via di sviluppo.

Alla finanza privata è stato chiesto di adottare uno standard di informativa minima di comunicazione, per descrivere le opportunità di investimento legate alla transizione energetica e la gestione dei rischi climatici. 

Ma quando si parla di finanza si parla anche di imprese e di risparmiatori. 

Le aziende, per essere attraenti nei confronti degli investitori, dovranno dimostrare sostenibilità, quindi integrare i fattori ESG nelle scelte di investimento.

In pratica, fare scelte di investimento che non mirano solo al ritorno economico, ma che rispettino anche i 3 pilastri di sostenibilità:

  1. impatti ambientali;
  2. ricadute sociali;
  3. sistemi di controllo di gestione;

 

escludendo, di conseguenza, i titoli di società con ricavi derivanti da combustibili fossili, armi, contenuti pornografici, gioco d’azzardo, alcool, tabacco.

Insomma, è in corso una transizione finanziaria ed economica e tutto questo avrà a che fare con il nostro futuro.

I fattori ESG e l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050 stanno spostando gli investimenti non più verso le fonti fossili, ma verso le fonti pulite; queste, però, hanno bisogno di tempo prima di poter incidere sul totale dell’energia prodotta. 

Poi, non basta aumentare la produzione di energia sostenibile, bisogna anche collegarla alle case, ai mezzi di trasporto.

Le fonti rinnovabili hanno un limite.

A causa della variabilità stagionale e della disponibilità delle risorse naturali, la loro produzione è intermittente.

Inoltre, dipendono dalle infrastrutture necessarie per portare l’energia da dove si produce a dove si consuma.

Per questo, nei prossimi anni, ci sarà bisogno sempre dell’energia fossile, indispensabile a tappare i buchi di fornitura.

La conseguenza è che avremo, da una parte, una forte domanda di fonti inquinanti per sostenere lo sviluppo economico, ma sempre meno investimenti sulle stesse; dall’altra, sempre più investimenti sulle fonti rinnovabili, che al momento incidono, però, per meno del 20%.

Per trovare un equilibrio fra sostenibilità e attuale sistema energetico ci vuole tempo; almeno 10 anni. 

Nel frattempo, questa transizione energetica avrà un costo: l’inflazione energetica.

Da un certo punto di vista, il costo per sviluppare progetti eolici e solari già oggi è più conveniente rispetto a qualche anno fa. 

Tuttavia, a dare la spinta all’inflazione sono i prezzi lievitati di carbone e gas e i costi legati alle emissioni che le aziende devono pagare per poter produrre. 

Quindi, allo stato attuale, la riduzione graduale di combustibili fossili e gli investimenti sulle rinnovabili, non potrà non provocare aumenti dei prezzi dell’energia per diversi anni.

Allora, come risparmiatore, come puoi ridurre l’impatto dell’inflazione energetica?

Un approccio intelligente è quello di preparare per tempo i portafogli obbligazionari per i prossimi anni.

Gli ultimi 10 anni sono stati il miglior momento possibile per investire in obbligazioni, ma non sarà così per i prossimi.

Ora, per ottenere dei rendimenti sulle obbligazioni bisogna prendersi dei rischi:

  • di cambio con le emissioni in valuta; 
  • di emittenti e di liquidità su emissioni dei paesi emergenti o di aziende ad alto rischio.

 

Allo stesso tempo, per non rimanere fregati dall’aumento dei tassi e dalla riduzione di acquisti di titoli che farà la Banca centrale, bisogna:

  • escludere i fondi di liquidità, perchè non mantengono il potere di acquisto;
  • gestire la parte di bond legati all’inflazione, evitando le scadenze lunghe (durante le quali con un rialzo dei tassi la perdita del prezzo sarebbe maggiore della cedola);
  • evitare i conti deposito per i bassi rating e i vincoli di liquidità;
  • comprare bond che investono su aziende che hanno la revisione degli utili al rialzo.

 

Infine, come consumatore, devi prestare attenzione al marketing finanziario che nasconde operazioni e prodotti poco trasparenti.

La finanza sostenibile certamente ha dei solidi e nobili principi, ma la selezione delle aziende che adottano realmente i criteri ESG non è facile neppure per gli operatori professionali.

Tieni presente che oggi un fondo può essere definito “sostenibile” semplicemente se NON investe in determinate aziende.

Capisci bene che è molto facile trovare sul mercato prodotti con il marchio ESG solo di facciata, per cui, se vuoi evitare di seguire le mode, solo un gestore professionista può indirizzarti verso le aziende più virtuose.

 

Michele Isetta

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